“L’ITALIA RIPUDIA LA GUERRA COME STRUMENTO DI OFFESA ALLA LIBERTÀ DEGLI ALTRI POPOLI E COME MEZZO DI RISOLUZIONE DELLE CONTROVERSIE INTERNAZIONALI”
(Dall’art. 11 della Costituzione Italiana)
Che cos’è Bem – Il mostro umano?
1968. Le piazze del mondo tremano, solcate dai brividi della rivoluzione e dai sogni collettivi di liberazione. Ma mentre l’Occidente viene scosso dallo tsunami della contestazione, in Giappone accade qualcosa di… perturbante. Non una sommossa politica. Ma un sisma nell’immaginario. Nel Paese del Sol Levante prende forma Bem – Il mostro umano, una serie anime dell’orrore (fra le prime in assoluto nel genere), ideata da Saburo Sakai e Nobuhide Morikawa e trasmessa in 26 episodi da 25 minuti ciascuno tra l’ottobre 1968 e l’aprile 1969. Un prodotto televisivo indocile, ingombrante. Che segna un’incrinatura profonda nell’idea stessa di cartone animato. Perché non dispensa rassicurazione, ma ombre. Paura. Ambiguità etica. Il protagonista, almeno per chi guardava la serie con occhi occidentali, era lui: Bero. Un bambino, sì, ma gettato in un universo che ancora oggi diffonde un potere disturbante, dove non trionfano i colori pastello e i sorrisi stereotipati ma vicoli bui, creature deformi, atmosfere lugubri. C’è la solitudine di chi non appartiene né al mondo dei mostri né a quello degli uomini. E c’è la domanda, crudele e adulta, su che cosa significhi davvero essere “umani”.
Di che cosa parla Bem – Il mostro umano?
Di che cosa parla Bem – Il mostro umano? Il plot di fondo è presto detto: Bem, Bera e Bero, tre figure dall’apparenza antropomorfa ma capaci di rivelare fisionomie repellenti, attraversano un pianeta cupo e ostile inseguendo un sogno di riscatto e appartenenza. Per avvicinarsi a quella meta, scelgono di schierarsi contro il male e di difendere i più fragili, pagando ogni volta il prezzo dell’emarginazione e del rischio estremo. Detta così, la linea descrittiva ha un che di pathos quasi epico, persino romantico: il viaggio, il sacrificio, l’anelito a una condizione “altra”, il desiderio bruciante di venire accolti nella società dell’uomo. Ma ogni slancio eroico viene immerso in una dimensione plumbea e raggelante, dove l’ombra e l’ambiguità prevalgono sulla luce.
Bem, come dire, è una fenomenologia del dolore travestita da fiaba gotica. Un racconto morale in cui le creature demoniache implorano il dono dell’umanità, mentre loro, gli uomini e le donne, con metodica ferocia, si spogliano della propria per svelare un pozzo di crudeltà.
Bero, il bimbo venuto da altrove, reca su di sé il sigillo dell’incubo. La pelle livida, lo sguardo sproporzionato, le mani tridattili. Accanto a lui si muovono Bem e Bera, in pratica figure genitoriali, che però non offrono mai un focolare stabile, ma soltanto una condivisione della medesima condanna: possedere un’anima nobile intrappolata in un involucro che il consorzio umano ha scelto di aborrire.

Di che cosa parlano gli episodi di Bem – Il mostro umano?
Verrebbe quasi da dire che collocare un bimbo nel ventre dell’orrore non fu solo una scelta narrativa, ma un… sabotaggio pedagogico! Non c’è filtro, nemmeno una mano misericordiosa a coprire gli occhi di quel piccino. Bero viaggia e… vede. Cose di questo e dell’altro mondo: madri travolte da un sortilegio che le trasforma in predatrici dei propri figli; adepti di culti demoniaci che celebrano riti blasfemi nell’ombra; una vegliarda deforme che si aggira nella notte ghermendo globi oculari; uno spettro implacabile che perseguita chi ha osato innalzare una torre sopra un cimitero; uno scultore ossessionato dall’arte al punto da modellare statue che occultano cadaveri nel cuore del marmo… Questa è la materia narrativa di cui sono fatti i sogni, pardon, gli incubi del trio. Un catalogo dell’orrore in cui la colpa e la follia si materializzano in immagini capaci di incunearsi sotto la pelle ben oltre la visione dell’episodio.
Com’è la colonna sonora di Bem – Il mostro umano?
Ad acuire il disagio nello sprovveduto spettatore, piccolo o grande che sia, è poi quella pasta musicale che scorre in sottofondo: una partitura sorprendentemente jazz, elaborata apposta per la serie, che imprime agli episodi un respiro notturno, metropolitano. Definirla semplice accompagnamento è riduttivo: i fiati e le percussioni alimentano una tensione sotterranea, che serpeggia sotto le immagini, avviluppando la narrazione e corroborandone “il lato oscuro”.
Mentre la scuola Disney aveva educato intere generazioni di platee a un’animazione calda, avvolgente, emotivamente luminosa e rassicurante, Bem imboccava la direzione all’estremo opposto, proponendo un’estetica della sottrazione radicale: niente morbidezze, zero cromie consolatorie, ma linee dure, fondali spogli, movimenti essenziali, paesaggi intrisi di una disperazione malata che li rende più simili a organismi in decomposizione, un’animazione scarna, ruvida, quasi scheletrica… Visivamente, la serie abbraccia un espressionismo brutale. Volti deformati da prospettive sghembe, architetture che sembrano soffocare i personaggi. E le trasformazioni? Quando Bem, Bera e Bero rivelano la loro autentica natura, non c’è epica, ma repulsione. Il corpo che vira verso fattezze immonde, i tratti che si fondono in masse informi… Nulla di supereroistico: soltanto una metamorfosi cronenberghiana ante litteram, che sancisce l’impossibilità di appartenere alla “normalità”, la certificazione di un’esclusione irrevocabile. Oggi, rivedendo quegli episodi, colpisce una sensazione precisa: l’assenza di consolazione.

Qual è l’episodio più destabilizzante di Bem – Il mostro umano?
In uno dei segmenti forse più duri e destabilizzanti, «La parrucca maledetta», la serie osa portare dentro il suo già fosco perimetro la rappresentazione dei lager: un luogo di prigionia dove donne stremate sono costrette ai lavori forzati, sorvegliate e seviziate da un carceriere sadico. Tra i sussurri che attraversano le baracche, corre una voce agghiacciante: una volta morte, le loro chiome verranno recise per farne parrucche (nella sensibilità tradizionale giapponese i capelli non sono residui biologici, ma prolungamenti dell’identità, filamenti attraverso cui continua a scorrere la forza vitale e la memoria di chi li porta). Ecco la potenza sovversiva di questo cartone animato ─ formalmente destinato all’infanzia ─ in grado di spalancare davanti agli occhi di un pubblico giovane l’orrore della disumanizzazione sistematica. Ancora oggi sorprende l’impresa compiuta: inoculare, dentro il contenitore rassicurante dell’animazione televisiva, una narrazione che parla di corpi ridotti a materia, di dignità calpestata, di potere che annienta. Non è solo audacia narrativa. È un gesto quasi eversivo: cavalcare il linguaggio dell’infanzia per raccontare l’abisso.
Ma, a onor del vero, l’horror non è l’esclusiva cifra stilistica. La raffigurazione di Bero ridefinisce il concetto di eroe. Non è invulnerabile, non possiede il carisma del salvatore. È fragile, impulsivo, perennemente sull’orlo del pianto o della rabbia. Soprattutto, è abitato dalla consapevolezza della propria alterità. Il suo desiderio più profondo, quello condiviso con “papà” Bem e “mamma” Bera, non è la potenza, né la vendetta contro chi lo scaccia. Semplicemente, è diventare umano. È qui che la serie smette di essere un cartone animato e si trasforma in un piccolo trattato esistenzialista. Il bambino-mostro salva l’uomo, rischia la vita per lui, e in cambio riceve pietre, urla di terrore e porte sbarrate. L’umanità che lui idolatra è la stessa che lo disumanizza. La lezione pedagogica è implacabile: la mostruosità non è un dato biologico, ma una scelta comportamentale.
Le trame di Bem maneggiano temi che oggi verrebbero filtrati da mille avvertenze. Di più: anche i finali non sono mai davvero il trionfo della solarità, ma il ripristino di un ordine precario, spesso pagato con un supplemento di solitudine.
A più di mezzo secolo dalla sua nascita, questo anime non ha smussato gli artigli. Non si è lasciato addomesticare dalla nostalgia, perché, diciamocelo, non è mai stato concepito per rassicurare o compiacere. Il suo messaggio conserva una lucidità feroce, quasi profetica. Oggi ci riempiamo la bocca di inclusione e diversità, come se bastasse nominarle per renderle reali. Ma Bem aveva già intuito ciò che ancora fatichiamo ad ammettere: lo stigma non si dissolve per decreto linguistico. Non arretra davanti alle buone intenzioni. È una creatura antica, e sì, tra le più spaventose. Che può essere però annientata soltanto da chi trova il coraggio di guardarsi allo specchio e riconoscere, sotto quella pelle livida che chiamiamo “mostro”, il proprio scomodo riflesso.
Edoardo Rosati
